INTERVISTA A MARIA CHIARA PACQUOLA: IL LAVORO NELLE ORGANIZZAZIONI

pfadmin 11 marzo 2018 0
INTERVISTA A MARIA CHIARA PACQUOLA: IL LAVORO NELLE ORGANIZZAZIONI

INTERVISTA A MARIA CHIARA PACQUOLA:
IL LAVORO NELLE ORGANIZZAZIONI 

A cura di Luca Rizzi

Quali sono le possibilità di applicazione del Modello Funzionale nelle organizzazioni?

Io parto con un approccio formativo,  con l’obiettivo di accompagnare  gruppi di lavoratori a trasformare le proprie pratiche di lavoro e organizzative. Il tema della salute non è strettamente l’oggetto del mio lavoro, perché le problematiche che incontro e affronto sono l’apprendimento e la resistenza al cambiamento, che però hanno forti implicazioni cliniche, anche sulla salute e il benessere.

L’approccio con cui mi muovo è la Didattica Professionale, l’analisi del lavoro per lo sviluppo delle competenze, approccio francese, nato negli anni ’80  come integrazione di quattro discipline diverse: la psicologia dello sviluppo e del lavoro, l’ergonomia e la didattica delle discipline.

Io parto guardando come le persone lavorano e imparano lavorando, individuando gli “esperti” riconosciuti dall’azienda cercando di aiutarli ad esplicitare dove sta la ricchezza della loro competenza, di riuscire a metterle in parole per supportare i processi di trasferimento consapevole e  la costruzione della competenza endogeni all’organizzazione.

In questo fai un lavoro di integrazione tra il piano cognitivo con gli altri piani del Sé?

Io entro nelle organizzazioni e inizio ad analizzare  le pratiche  di lavoro con l’osservazione, la video ripresa e le interviste. Entro nella pratica lavorativa, seguo i lavoratori dentro all’azienda e vivo con loro, respiro il clima, le emozioni che circolano. Durante le interviste e gli scambi verbali raccolgo le convinzioni sottese all’azione, il sistema culturale di regole di riferimento tacite, le abilità di progettazione, programmazione, prefigurazione, l’apertura dei ricordi e delle esperienze passate. Osservando, vedo i livelli di interazione, di attivazione, di calma, di organizzazione del lavoro. Identifico le routines che funzionano, le pratiche migliori e di successo e quelle disfunzionali, analizzo le incongruenze tra i vari piani e livelli, compatibilmente con la diagnosi dei livelli di consapevolezza dei miei destinatari e con gli obiettivi del mio lavoro, li faccio emergere per favorire la loro percezione e concettualizzazione e lo sviluppo della auto-riflessività del lavoratore e del gruppo sulle azioni che compiono mentre lavorano. Tutto questo è psicologia dello sviluppo perché vado a scoprire come queste persone hanno imparato e riescono ad apprendere nuovi modi di lavorare.

Ci sono dei modi con cui verifichi il loro apprendimento?

La prima parte del mio dottorato aveva come obiettivo proprio permettere agli Junior un apprendimento direttamente nel luogo di lavoro, accorciando i tempi per acquisire competenze complesse, attraverso un supporto metodologico al processo imitativo tra junior e senior, centrato sulla riflessione. Quando faccio formazione con gli Junior, la verifica di un apprendimento avviene nell’ osservazione di un’azione efficace corredata dalla nuova capacità della persona di verbalizzarne ed esplicitarne il senso, il processo realizzativo, lo scopo, le regole di azione: quando il lavoratore riesce a trasferire consapevolmente un apprendimento ad una nuova situazione, a quel punto, l’apprendimento diventa competenza oggettiva.

Quindi passando un modeling inconsapevole verso un modeling consapevole?

Esatto, sempre più consapevole grazie ad un uso metodologicamente corretto della vicarianza.

Quali sono le difficoltà di portare un intervento Funzionale?

La parte più difficile che devo affrontare nel mio lavoro è riuscire ad accompagnare i gruppi nella sviluppo di quei Funzionamenti di Fondo carenti per imparare nuovi modi di lavorare, e quindi il cambiamento lavorativo e organizzativo. Le situazioni in cui opero sono spesso situazioni di grossi conflitti, grandi dispercezioni, carenze di consapevolezza e di movimento consistente che rendono difficile alle diverse figure l’entrare in relazione e collaborare tra loro. Questo intervento paziente, lo realizzo con l’aiuto dei video delle azioni dei protagonisti, un potentissimo sé ausiliario, e con il materiale verbale che raccolgo e che discuto con gli stessi attori. In questo tipo di interazione utilizzo le mie competenze Funzionali perché è necessario molto Contatto, Percezione, Tenuta, Contenimento, Portare e Cambiare l’altro.

Quali sono questi Funzionamenti carenti nelle organizzazioni?

Un esempio è lavorare sul funzionamento della Consistenza del gruppo di lavoro: nei processi di trasformazione organizzativa, quando si prevede una trasformazione dell’organizzazione del lavoro e quindi delle pratiche dei singoli, bisogna intervenire sulla consistenza, riformulando un nuovo cognitivo, un nuovo modo di rappresentare sé e gli altri nel nuovo modo di lavorare e muoversi: la co-costruzione di repertori di attività  e di ruolo aiuta molto, dove il gruppo di lavoratori può ricostruirsi una rappresentazione di ciò che deve conoscere, realizzare e  cosa gli altri si aspettano dal singolo e viceversa.

Torniamo alla domanda principale, quali sono le possibilità del Funzionale?

Sicuramente ad oggi non è stato semplice inserire il nostro modello di intervento in modo puro all’interno delle aziende, che prevede un setting preciso e un lavoro esperienziale con tecniche e sequenze integrate, ma vedo delle nuove possibilità: c’è una crescente sensibilizzazione verso le Soft Skills, le capacità e abilità trasversali e non tecnico-professionali, come sapersi prendere dei rischi, attivare l’iniziativa e il movimento autonomo e responsabile, saper condividere e costruire il proprio lavoro con i colleghi, saper affrontare e risolvere i problemi, apprendere ad apprendere… queste  capacità possono essere facilmente rilette in termini di Funzionamenti di Fondo, perché sono le radici delle competenze trasversali dell’essere umano, molto ricercate dalle aziende, tra le quali il Contatto e la Consistenza di cui parlavamo prima. Anche nelle diverse attività di outdoor si possono inserire tutti i laboratori esperienziali tipici del nostro modo di lavorare.

Concludo dicendo che fino ad ora, ho sempre trovato difficile inserire altri colleghi terapeuti con me. Questo perché, da un lato, lavorare con le organizzazioni richiede capacità di lettura organizzativa e un’esperienza nel sapersi muovere e relazionarsi con ruoli e competenze tecniche molto diverse in contesti culturali organizzati, dall’altro perché la professione di psicoterapeuta e di clinico non viene pienamente compresa nel suo valore nei contesti produttivi centrati sulla performance e sul risultato.

#portaredentroportarefuori

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