Voce e psicoterapia: Tre buoni motivi per lavorare con la voce in psicoterapia

pfadmin 2 febbraio 2019 0
Voce e psicoterapia: Tre buoni motivi per lavorare con la voce in psicoterapia

La psicoterapia è spesso definita “cura della parola”, e la voce, insieme al contenuto delle parole pronunciate, è il principale strumento di comunicazione; è attraverso di essa che si svolge il dialogo tra paziente e terapeuta e, quindi, si crea la relazione. Non  solo l’ascolto della voce del nostro paziente è un elemento che ci fornisce importanti informazioni sulla sua storia, sul suo carattere, sulle sue emozioni e sui suoi sintomi, ma anche la nostra voce di terapeuti è determinante per l’andamento della psicoterapia.

Ci sono tre buoni motivi per cui è importante lavorare con la voce in psicoterapia:

 

1)La voce aiuta ad instaurare un legame tra paziente e terapeuta

La voce è ciò che il feto percepisce per prima cosa della propria madre e per questo ha un’importanza prioritaria nello sviluppo del legame tra madre e bambino.  La voce della madre funge da contenitore, fornisce un luogo acustico in cui il bambino percepisce sicurezza; anche Bion parlava di contenimento, riferendosi però a tutti gli aspetti che caratterizzano la presenza della madre (Shuttleworth, 1989). La voce materna può essere vissuta a volte nutrimento a volte come soffocante, come troppo presente o non presente abbastanza,  e questi sentimenti ambivalenti possono rimanere per tutta la vita. Diverse qualità vocali costruiscono diverse forme di contenimento e ciò influisce direttamente sulla formazione dell’identità del neonato (Newham, 1998). La maggior parte delle madri sono in grado di fornire questo contenimento, laddove ciò non è avvenuto, la voce del terapeuta deve far attraversare al paziente quella che Alexander definiva un’esperienza emozionale correttiva.  Inoltre, la voce, soprattutto quando è cantata, può contribuire a regolare le emozioni oltre che ad essere una forma di accudimento.

 

2) Suscita calma nel paziente e incrementa la fiducia verso il terapeuta

Secondo la teoria polivagale di Porges, l’orecchio umano si è evoluto per estrapolare il suono della voce umana dai rumori di fondo ed è in grado di distinguere la pericolosità o la protezione potenzialmente fornita dell’individuo in base alla qualità della voce percepita. Le melodie cantate dalle madri nelle ninne nanne per calmare i propri piccoli attivano i muscoli dell’orecchio medio aumentando l’attività vagale e producendo effettivamente un effetto di rilassamento. Porges, inoltre, sostiene che l’ascolto della voce materna o di un caregiver protettivo ripristinano la calma in un neonato, mentre quella di uno sconosciuto inibiscono l’attività del vago e sollecitano l’uso di meccanismi difensivi.

In pratica, trasmettiamo il nostro stato fisiologico, le nostre emozioni e i nostri sentimenti nella nostra voce e riceviamo quelli degli altri, attraverso le loro voci e i loro volti. Quando guardiamo qualcuno e/o lo ascoltiamo, ci stiamo chiedendo: “è una persona di cui ci possiamo fidare?”. Il nostro paziente, ascoltando la nostra voce, dovrebbe rispondersi “sì!”.

 

3) E’ un ottimo mezzo per fare da Sé Ausiliario

Il concetto di Sé Ausiliario non è stato sviluppato sufficientemente da tutti gli approcci terapeutici. Winnicott parlava dell’Io Ausiliario facendo riferimento al compito che l’ “Altro”, inteso come la madre o il caregiver, ha nei confronti del bambino per aiutarlo ad interiorizzare e connettere le varie esperienze, da quelle percettive a quelle emozionali. Lo stesso ruolo, sempre secondo Winnicott, può essere assunto dallo psicoterapeuta nei confronti del proprio paziente. Nella Psicologia Funzionale (Rispoli, 2016) il Sé Ausiliario “ricopre tutte quelle Funzioni che non sono ancora integrate e aperte nel paziente, che l’aiuta nelle parole, nei movimenti, nel respiro”, in pratica il terapeuta non solo fa da sostegno ma spesso fa ciò che il paziente ancora non riesce a fare: un’espressione triste durante il racconto di un episodio traumatico, un respiro profondo quando il paziente non riesce a smettere di parlare, un gesto di autoaffermazione, ecc. La voce è lo strumento principale del Sé Ausiliario. Il terapeuta può dire ciò che il paziente ancora non riesce ad esprimere, può ripetere quanto detto del paziente con un tono di voce integrato alle emozioni che stanno emergendo se questi parla con voce piatta, può far uscire una voce forte e calma durante tecniche che aiutano il paziente a sviluppare la propria assertività.

 Ma perché funziona il sé ausiliario?

Se solo il terapeuta fa uscire la voce durante una tecnica, se solo il paziente modula la voce riconnettendola alle varie emozioni che sorgono in seduta non c’è da preoccuparsi, egli farà come fa un bambino con i propri genitori: lo imiterà. L’osservazione e l’imitazione costituiscono la base dell’apprendimento imitativo, processo che è stato confermato dalla scoperta dei neuroni specchio. Se noi facciamo una cosa e il paziente non ce la fa, continuiamo a farla, e prima o poi la farà anche lui!

 

Francesca Galvani

 

 

Newham, P. (1999). Using voice and song in therapy. The practical application of voice movement therapy. Jessica Kingsley Publishers. London.

Porges, S.W. (2014). La teoria Polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Giovanni Fioriti Editore. Roma.

Rispoli, L. (2004). Esperienze di Base e sviluppo del Sé. L’evolutiva nella Psicoterapia Funzionale. Franco Angeli. Milano.

Shuttleworth, J. (1989). Psychoanalytic Theory and Infant Development. In Miller et al, Closely Observed Infants. Duckworth.

Winnicott, D.W. (1971). Playing and Reality. Hogarth press. London.

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