BALBUZIE E CANTOTERAPIA: come far cooperare mente e cervello

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rimedi balbuzie

Cosa vuol dire essere balbuzienti?

Il fenomeno della balbuzie o balbettamento è un vero e proprio disturbo del linguaggio, in cui frasi, parole o parti di esse (come le sillabe o i singoli suoni) vengono spesso ripetute o prolungate, andando ad interrompere la fluenza verbale in un modo che esula dal controllo volontario della persona. Le frequenti pause e/o blocchi compromettono la continuità dell’espressione verbale, nonostante il concetto sia già formulato nella mente, con un impatto comprensibilmente negativo sulla sicurezza di sé e sulla serenità dell’individuo.

Non è raro infatti che tale disturbo accompagni o alimenti vissuti di ansia, depressione o fobia sociale [1, 12].

 Posso diventare un cantante anche se sono balbuziente?

Per quanto possa sembrare paradossale, la storia della musica è costellata di stelle del canto che convivono con la balbuzie: da icone del calibro di Elvis Presley a Kylie Minogue, passando per Noel Gallagher e B.B. King. Mentre un tempo restava un segreto del backstage, oggi la consapevolezza e la sensibilità sociale nei confronti della balbuzie sembrano gradualmente aumentare, anche grazie ad alcuni Talent Show televisivi che hanno dato voce a delle incredibili storie individuali.

È il caso per esempio di Stefano a X Factor Italia, oppure di Harrison a The Voice Australia, entrambi con una forte balbuzie che scompariva come per magia ogni qualvolta iniziassero a cantare (nonostante fossero di fronte ad un vastissimo pubblico in sala e dietro alla telecamera!) [7, 11].

Non essendo un caso isolato ma piuttosto frequente, risulta evidente che il meccanismo alla base di questa “magia” non sia affatto una magia. Cerchiamo di capire insieme cosa ha scoperto fino ad ora la scienza su questo affascinante fenomeno.

 Cosa sappiamo sulla relazione tra balbuzie e canto?

Possiamo concettualizzare la scienza e la conoscenza del rapporto tra balbuzie e canto in due macro-livelli.

Studio dell’aspetto biologico: a livello biologico, la balbuzie si origina nei sistemi nervoso e fonatorio. Per quanto riguarda il sistema nervoso, è ormai ampiamente dimostrato che il cervello funziona in modo diverso quando cantiamo rispetto a quando parliamo.

  • Sebbene la causa diretta della balbuzie sia ancora sconosciuta, infatti, sembra sia associata ad un’iperattività delle aree cerebrali deputate al movimento. Inoltre, alcuni studi suggeriscono una predominanza dell’attività cerebrale destra durante il canto, contrapposta alla ben nota dominanza sinistra responsabile del linguaggio in generale. In questo modo, il canto potrebbe essere una via alternativa che “bypassa” i circuiti neurali deputati al linguaggio eventualmente deficitari [7].
  • Allo stesso modo, per quanto riguarda il ruolo del sistema fonatorio, è dimostrato che anche corde vocali, labbra, lingua e diaframma vengono utilizzati in modo diverso quando cantiamo rispetto a quando parliamo. In particolare, il canto stimola il controllo volontario del diaframma, che normalmente nel parlato scivola in un uso automatico e incontrollato. Questo maggior controllo diaframmatico sembra riflettersi poi in un maggior controllo vocale.

Studio dell’aspetto psicologico: a livello psicologico, la balbuzie è alimentata e alimenta a sua volta difficoltà cognitive e sociali. Dal punto di vista cognitivo, può compromettere lo sviluppo del linguaggio e la fluenza verbale soprattutto nell’età evolutiva, così come a livello sociale diviene molto spesso un ostacolo alla comunicazione coi pari, all’esposizione alle situazioni conviviali o di performance, nonché all’espressione dei propri stati interni.

L’azione del cantare si inserisce andando a modificare questi aspetti o almeno la percezione di essi. Infatti, in uno studio del 1996, veniva richiesto a soggetti balbuzienti di 1) leggere a velocità normale, 2) leggere a velocità sostenuta, 3) cantare a velocità normale e 4) cantare a velocità sostenuta. Indipendentemente dalla velocità, la sola istruzione a cantare si è rivelata la vera discriminante nel ridurre la frequenza di balbuzie [3].

Vediamo come.

  • In primo luogo, nel canto conosciamo spesso le parole a memoria, a differenza del parlato dove invece dobbiamo effettuare (anche se inconsapevolmente) un continuo recupero nella memoria semantica, episodica o autobiografica [10]. Infatti, già nel 1976 fu dimostrato che cantare un testo e una melodia conosciuti diminuisce nettamente gli episodi di balbuzie, suggerendo che il cambiamento a livello fonatorio non è il solo discriminante, ma che anche la familiarità gioca un ruolo importante [4].
  • In secondo luogo, il canto diminuisce (se non annulla) la pressione temporale e comunicativa presente e preponderante nel parlato. Durante una conversazione o un monologo, infatti, ci si aspetta una certa rapidità, coerenza e efficacia espressiva. Nel canto, tutto ciò viene a mancare a favore del valore artistico del gesto, a cui viene “delegata” questa sorta di responsabilità comunicativa. Nel canto la comunicazione passa da bilaterale a unilaterale, divenendo meno imprevedibile e, di conseguenza, meno ansiogena. Infatti, spesso i genitori di bambini balbuzienti riferiscono che, quando questi giocano o parlano da soli, balbettano poco o per nulla [9].

Come in tutti i disturbi, specialmente quelli neurologici o neuropsicologici, vi è un’interazione di fattori fisiologici e psicologici, secondo il modello bio-psico-sociale.

Anche nel caso della balbuzie, dunque, non si tratta di un solo fattore, bensì della combinazione tra differente uso dell’apparato fonatorio, differente attivazione delle aree cerebrali, variabili di personalità e contesto sociale, a determinarne tanto la diagnosi quanto la prognosi.

In effetti, a controllare l’apparato fonatorio che produce la voce è sempre il cervello, che a sua volta viene costantemente influenzato da fattori psicologici interni, sociali esterni, nonché dal feedback propriocettivo dell’apparato fonatorio stesso.

Questa stessa combinazione di fattori in cui mente e cervello sembrano interagire in modo disfunzionale, può per contro costituire il target di intervento per il trattamento, invertendo la tendenza del circolo vizioso in circolo virtuoso.

Come posso affrontare la balbuzie?

La balbuzie richiede per definizione un approccio multidisciplinare, in cui logopedista e psicologo collaborino identificando e trattando i vari aspetti contemporaneamente.

Allenamento dell’aspetto biologico: Fermo restando che la terapia per la balbuzie è un processo graduale e non esistono pillole magiche o guarigioni improvvise, sono state validate alcune tecniche da applicare prima con l’aiuto del professionista e poi con crescente autonomia.

In particolare, il logopedista utilizza tecniche specifiche per modificare la cadenza della balbuzie così da evitare i blocchi, correggere la respirazione e l’articolazione dell’apparato fonatorio, dalle labbra alle corde vocali.

Nel corso degli ultimi decenni, sono stati sviluppati particolari dispositivi elettronici in grado di migliorare la fluenza del linguaggio. La propria voce è registrata e alterata dal dispositivo (per esempio, alcune parole vengono ritardate, altre mascherate e altre ancora ripetute più spesso), e successivamente viene riascoltata dal paziente. Questi “feedback acustici alterati” sembrano aumentare la consapevolezza della propria voce e di conseguenza il controllo e la fluidità, ma i risultati sono ancora controversi [8].

Negli anni ’70 è stata sperimentata negli Stati Uniti la “Melodic Intonation Therapy” (MIT), o terapia di intonazione melodica per la riabilitazione di pazienti afasici. Tale tecnica sfrutta il potenziale del canto, della melodia e della sillabazione per migliorare la fluenza verbale, e può dunque essere applicata anche alla balbuzie. La sua efficacia si basa presumibilmente sul potenziamento della parte destra del cervello (quella usata per cantare), in modo che diventi talmente allenata da compensare il deficit della parte sinistra [7].

Accanto alle sessioni riabilitative, è fondamentale aumentare le occasioni di canto nella vita quotidiana durante il periodo della terapia, così che si consolidi l’automatismo e i progressi della fluenza cantata vengano generalizzati a tutti i contesti conversazionali [5].

L’ultima spiaggia, raramente necessaria e sconsigliata specialmente nei più piccoli, è l’approccio psicofarmacologico (con benzodiazepineanti-convulsionantiantidepressiviantipsicoticianti-ipertensiviandando a trattare soprattutto i sintomi d’ansia.

Allenamento dell’aspetto psicologico: Spesso la balbuzie è la manifestazione più superficiale di un disagio psicologico sottostante, che va dunque approfondito in una psicoterapia. Anche qualora la componente psicologica fosse meno intensa e la causa fosse più strettamente legata a deficit organici e/o strutturali, è evidente che fare esperienza di tale disturbo può poi generare imbarazzo, insicurezza, ansia e paura. Ecco perché in ogni caso è opportuno un parallelo supporto psicologico, con esercizi specifici sul controllo volontario della balbuzie e con più ampi interventi di rafforzamento dell’autostima e dell’auto-efficacia.

Il potere del canto

Come abbiamo visto, il trattamento della balbuzie è ancora oggetto di studio scientifico, ma ciò che fino ad ora sappiamo è che il canto esercita uno straordinario potere terapeutico per le persone che convivono con la balbuzie. Tale beneficio va ben oltre il mero aumento della fluenza verbale: la ricerca ha dimostrato che cantare apporta benefici fisici (dal punto di vista respiratorio, cardiaco, immunitario e neurologico), benefici psicologici (in quanto forma di comunicazione, occasione di relazione, sviluppo intellettivo ed emotivo), benefici sociali (favorendo un senso di integrazione e appartenenza), e ovviamente benefici nelle qualità musicali.

Un recentissimo studio ha portato a galla un significativo giovamento della musico-terapia per i soggetti affetti da balbuzie: in particolare, scrivere, cantare e improvvisare canzoni si è rivelato terapeutico in termini di salute mentale soprattutto per pazienti adolescenti [6].

E se non mi piace cantare?

Rispondiamo a questa domanda con un’altra domanda: siamo sicuri che non ti piaccia cantare, o forse non ti piace cantare davanti ad altre persone?

Per la stragrande maggioranza degli esseri umani, la risposta è la seconda. Cantare è un’attitudine innata negli animali e nell’uomo: lo testimoniano gli studi etologici sul comportamento delle specie simili alla nostra; lo conferma l’antichissima storia canora dei nostri antenati di qualsiasi continente ed epoca (dai canti tribali occidentali ai mantra orientali, dalla lirica greca al canto gregoriano); ma soprattutto lo dimostrano i bambini.

Fin dalla prima infanzia, infatti, i bambini risultano naturalmente attratti dalle parole in musica, che si rivelano in effetti particolarmente efficaci per l’addormentamento, per l’apprendimento e per lo sviluppo del linguaggio.

A livello psicologico, il canto ha un valore ben oltre quello ludico: grazie al movimento e/o all’osservazione dei movimenti facciali, sviluppa l’empatia e il riconoscimento nell’altro. Inoltre, funge da vero e proprio catalizzatore delle emozioni.

Secondo la psicologia funzionale, il canto coinvolge la persona a livello cognitivo, emotivo, posturale e fisiologico, in altre parole “totale”. In questo modo, il canto a scopo terapeutico – la “cantoterapia” – attiva dei funzionamenti e dei bisogni di base che appartengono all’individuo sin dalla nascita ma che spesso vengono poco soddisfatti e nutriti. Per esempio, la gioia e la vitalità, il benessere e il piacere, il senso di controllo e di calma, la forza e il coraggio di aprirsi [2].

Per questo, oltre ad essere un’importante funzione umana, il canto va considerato come un valido trattamento per vari disturbi del linguaggio, primo fra tutti la balbuzie, con il vantaggio di essere non farmacologico, olistico e – perché no – divertente.

 

Giulia Lorenzon

 

Bibliografia:

  1. Di Renzo (1999). Balbuzie – Universo del Corpo, Treccani.it
  2. Galvani F (2019). Psicologia della Voce e del Canto: Dalle neuroscienze alle applicazioni cliniche
  3. Glover H, Kalinowski J, Rastatter M, Stuart A. (1996). Effect of instruction to sing on stuttering frequency at normal and fast rates. Percept Mot Skills.;83(2):511-522. doi:10.2466/pms.1996.83.2.511
  4. Healey EC, Mallard AR 3rd, Adams MR. (1976). Factors contributing to the reduction of stuttering during singing. J Speech Hear Res.;19(3):475-480. doi:10.1044/jshr.1903.475
  5. Murase S, Yoshioka H (1994). Effect of Singing Experience on Stuttering in Early Childhood. Volume 35 Issue 3 Pages 255-260. https://doi.org/10.5112/jjlp.35.255
  6. O’Donoghue J, Moss H, Clements-Cortes A, Freeley C (2020). Therapist and individual experiences and perceptions of music therapy for adolescents who stutter: A qualitative exploration, Nordic Journal of Music Therapy, 29:4, 353-370, DOI: 1080/08098131.2020.1745872

Sitografia:

  1. https://qbi.uq.edu.au/blog/2018/04/how-singing-reverses-neurological-problems-speech
  2. https://www.my-personaltrainer.it/benessere/balbuzie-terapia.html#2
  3. https://www.stuttering.co.nz/news/why-dont-we-stutter-when-we-sing/
  4. https://www.stutteringhelp.org/content/singing-and-stuttering-what-we-know-0
  5. https://www.stutteringhelp.org/famouspeople
  6. World Health Organization ICD-10 F95.8 – Stuttering, su who.int.

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