A cosa serve sognare?

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a cosa serve sognare

Da sempre l’uomo si si pone molte domande sui sogni:

  • Le rappresentazioni offerte dai sogni emergono casualmente dal cervello o si manifestano di fronte a determinati parametri?
  • L’organizzazione delle rappresentazioni oniriche è caotica o è determinata da regole? S
  • ognare ha un significato?
  • A cosa serve sognare?

Queste sono solo alcune delle domande che girano attorno al tema del sogno e a cui diverse prospettive teoriche hanno cercato di dare risposta.

I sogni hanno delle connotazioni interindividuali comuni.

Le prime ricerche sperimentali sul sogno hanno dimostrato l’esistenza di aspetti contenutistici quantificabili e la presenza di caratteristiche fenomenologiche comuni come:

  • la supremazia delle immagini visive rispetto alla manifestazione degli altri sensi (udito, olfatto, tatto e gusto);
  • la prospettiva del sognatore in prima persona;
  • l’esistenza di elementi realmente vissuti durante la veglia;
  • la mancanza di controllo volontario della sequenza onirica;
  • incoerenze spazio-temporali;
  • interazioni con altre persone (litigi, inseguimenti o rapporti sessuali);
  • una connotazione fortemente emotiva del sogno;
  • l’intromissione di condizioni interne o esterne all’individuo nel sogno (vivere particolari eventi di cronaca, saper suonare uno strumento musicale, avere un particolare stato umorale o soffrire di dolore cronico).

Quando si ricorda un sogno?

Tutti possono dire di aver sognato almeno una volta nella vita. Questa capacità può essere analizzata attraverso la scansione della frequenza del rapporto dei sogni.

La frequenza del rapporto dei sogni (DRF), ovvero il numero di volte in cui viene riportato un sogno, varia fra un soggetto e l’altro. In media viene riferito almeno un sogno a settimana e questo dipende dalla fase del sonno in cui avviene il risveglio: infatti la maggior parte dei resoconti avviene subito dopo la fase REM a fronte della fase NREM. La DRF aumenta in base al numero di risvegli durante il sonno: ciò supporta l’ipotesi per cui i risvegli notturni facilitino la codifica del sogno in memoria e il suo recupero al risveglio. Infine, la DRF varia in base al metodo di risveglio ottenuto: i risvegli improvvisi favoriscono più facilmente i resoconti rispetto ai risvegli graduali. Alcuni autori hanno riscontrato che la DRF correla positivamente con alcuni tratti di personalità (espansività, affidabilità, vulnerabilità, sensibilità, presenza di ansia e minore alessitimia) e alcune peculiarità dell’individuo (alta percezione dello stress lavorativo e alto interesse per i sogni).

Neuroscienze e sogni: cosa succede al cervello quando dorme

L’interesse per il sogno sorse intorno agli anni ’50 in seguito alla scoperta della fase REM da parte del fisiologo Nathaniel Kleitman e il suo team. I ricercatori durante questa fase del sonno notarono un aumento delle saccadi oculari (movimenti oculari rapidi), delle variazioni del tracciato EEG simili alla veglia, accompagnato da un incremento della variabilità della frequenza cardiaca e atonia muscolare mediata dal locus coeruleus alpha del tronco cerebrale.

Nello stesso periodo un team americano, attraverso una ricerca sperimentale condotta su soggetti risvegliati durante il sonno REM, ha potuto constatare come effettivamente questa fase del sonno predisponga al sogno: l’attivazione corticale rivelata da un tracciato EEG rapido spiega l’intensa attività cognitiva che consente la creazione di storie complesse durante il sogno; la mancanza di tono muscolare, invece, impedisce al sognatore di mettere in atto fisicamente il proprio sogno.

Successivamente lo studio del cervello dormiente è stato condotto attraverso l’uso di fMRI e PET, dalle cui analisi è emerso un decremento:

  • delle attività della corteccia prefrontale dorsolaterale (area adibita alle funzioni e al controllo esecutivo e working memory), il che spiega l’incoerenza spazio-temporale del sogno, il discontrollo della storia onirica e la convinzione del sognatore di star partecipando realmente al vissuto del sogno;
  • delle attività del precuneo (elaborazione visuo-spaziale, riflessione su sé stessi e alcuni aspetti della coscienza), della corteccia cingolata posteriore (consapevolezza) e della giunzione parietotemporale (teoria della mente).

Viceversa, è emerso un incremento delle attività:

  • della corteccia occipitale (aree visive), il che spiega la componente visiva delle produzioni oniriche;
  • dell’ippocampo (aree mnestiche), che spiega perché i sogni sono abitati da personaggi immaginari e noti e come vengono codificate e recuperate le informazioni degli eventi vissuti durante la veglia;
  • dell’amigdala (gestione delle emozioni), spiega perché le emozioni – paura in particolare – vengano spesso menzionate nel resoconto dei sogni;
  • delle aree paraippocampali, del cingolato anteriore, del giro precentrale (corteccia motoria e immaginazione motoria in prima e terza persona) e del ponte, che spiegano il movimento dei personaggi e perché i sogni vengono vissuti entro coordinate egocentriche.

A cosa serve sognare?

In fin dei conti, cosa possiamo dire della funzione dei sogni? A cosa servono realmente?

Vi sono numerose teorie che tentano di spiegare il funzionamento dei sogni, ma esse possono essere riassunte principalmente in 3 filoni:

  • Il sogno non avrebbe alcuna funzione reale, ma potrebbe essere considerato semplicemente come un epifenomeno del sonno REM.
  • Individualismo psicologico. Tale teoria sostiene che il sogno abbia una funzione vitale. Esso avrebbe il ruolo di rafforzare i comportamenti tipici di una specie, mettendo in scena situazioni ricorrenti nelle attività giornaliere di ogni individuo. Dati indiretti, infatti, suggeriscono una componente genetica della programmazione onirica. In tal senso, il sogno potrebbe giovare all’individualismo psicologico e alla stabilità di personalità del sognatore. In altre parole, il sonno REM ripristinerebbe i circuiti neuronali che vengono modificati durante il giorno per preservare l’espressione del programma genetico che codifica le caratteristiche psicologiche dell’individuo, assicurandone la stabilità di personalità nel tempo.
  • Funzione di regolazione emotiva e di consolidamento mnestico. Tale teoria spiega come durante il sonno/sogno le componenti emotive degli eventi vengano moderate. Provare un sentimento prima dell’addormentamento e sognare di avere la medesima emozione durante il sogno, aiuterebbe il soggetto a neutralizzare la carica emotiva durante la notte. Infatti, al risveglio l’emozione risulta normalizzata, pur mantenendo il ricordo del contenuto emotigeno. Questo processo è compromesso negli individui con PTSD e depressione, i quali presentano architetture del sonno alterate; ciò determina la non eliminazione della carica emotiva al risveglio.
    Attraverso neuroimaging è stato dimostrato che durante il sogno si riattivano progressivamente le aree cerebrali maggiormente coinvolte durante le attività diurne, come se si stesse svolgendo una sorta di ripasso della giornata appena passata. Il processo di replay neurale contribuisce cosi al consolidamento mnestico. Infatti, soggetti sperimentali a cui venivano fatte imparare serie di parole prima di un breve sonnellino, mostravano di avere performance di recupero migliori proprio in seguito ad un breve riposo, rispetto a chi non lo faceva.

La prospettiva neuropsicanalitica tenta di conciliare il patrimonio psicodinamico con le recenti scoperte neuroscientifiche.

L’attuale prospettiva offerta dalla neuropsicanalisi si muove da una concezione freudiana di sogno come specchio dell’inconscio dell’individuo, pertanto si è occupata di individuare le funzioni più inconsce e primigenie all’interno dei network corticali.  L’ipotesi di attivazione-sintesi di Solms spiega come i segnali fasici del tronco cerebrale durante il sonno si ripercuotano sulla corteccia e sul sistema limbico, producendo delle allucinazioni motorie e una forma di emozione e cognizione bizzarra che caratterizza la mentalità del sogno. Le aree limbiche e paralimbiche (cingolato anteriore, insula, ippocampo, giro paraippocampale e polo temporale) sono deputate all’attivazione emotiva e all’espressione di meccanismi di pulsione istintuale; mentre il sistema percettivo-posteriore (giro fusiforme superiore, giro temporale inferiore e mediale e il giro angolare) e la corteccia prefrontale dorsolaterale sono responsabili della disattivazione dei meccanismi esecutivi di controllo. Egli ha enfatizzato l’attivazione di meccanismi motivazionali associati alla disattivazione del controllo esecutivo, e cioè di quel meccanismo che regola l’orientamento alla realtà durante il sonno. Ciò è relativamente coerente alla teoria del sogno di Freud per cui gli stati di pulsione estemporanei (legati all’appetito e alla libido) siano disinibiti durante il sogno.

In definitiva, si può concludere che gli studi condotti dalla prospettiva psicanalitica delle neuroscienze cognitive possa fornire nuove direzioni per la ricerca sul sogno e possa aiutare a raggiungere una comprensione globale del sogno.

 

Desirèe Pesce

 

Perrine M.Ruby, Experimental research on dreaming: state of the art and neuropsychoanalytic perspectives, Frontiers in psychology, Nov 2011, vol.2, art.286.

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