Come facciamo a fidarci? L’evoluzione della fiducia

evoluzione fiducia

Imparare a fidarsi degli altri: cosa dicono gli studi

Fidarsi degli altri non è semplice. Per molte persone è una delle cose più difficili — in parte, si può essere “diffidenti per carattere”. Ma spesso c’è una storia dietro, fatta di delusioni, tradimenti, o semplicemente di un’infanzia in cui fidarsi non era sempre sicuro.

La buona notizia è che la fiducia non è un tratto fisso, scritto nel DNA. È qualcosa che può cambiare — e che possiamo imparare a coltivare.

La fiducia è davvero “nel carattere”?

Molte persone pensano alla fiducia come a qualcosa di innato: c’è chi è aperto e si fida facilmente, e chi invece è chiuso e diffidente per natura. La realtà è più complessa — e più incoraggiante.

La ricerca mostra che esiste sì una componente biologica e genetica nella nostra propensione a fidarci, ma è molto più piccola di quanto si creda: intorno al 10-20%. La parte più grande si forma nell’infanzia, attraverso le relazioni con chi si è preso cura di noi. Se queste relazioni erano sicure e affidabili, abbiamo imparato che fidarsi è relativamente sicuro. Se erano imprevedibili o dolorose, abbiamo imparato il contrario.

Ma c’è un dato ancora più interessante. Uno studio che ha misurato le esperienze delle persone in tempo reale — nella vita quotidiana, non in laboratorio — ha scoperto che oltre l’80% della varianza nella fiducia dipende da fattori situazionali. Solo il 16% dipende da   caratteristiche stabili della persona.

Tradotto: il nostro livello di fiducia cambia continuamente, in base a ciò che viviamo. Uno stato d’animo positivo, un’interazione che va bene, una giornata tranquilla — tutto questo può aumentare significativamente la nostra disponibilità a fidarci. Anche in chi ha avuto un’infanzia difficile.

Diffidenza: ci protegge o ci intrappola?

Costruire fiducia è un processo lento. Danneggiarla è velocissimo. E ristabilirla, una volta tradita, è ancora più difficile. C’è una ragione evolutiva per cui tendiamo a ricordare i tradimenti più delle conferme che è giusto fidarsi — e a generalizzare sulla base di essi.

Immaginate una zebra che va al laghetto e trova il leone. Da quel momento, la zebra sarà molto cauta nei paraggi dei laghetti. Questa generalizzazione le permetterà di restare in vita.

Noi funzioniamo allo stesso modo. Quando veniamo traditi, il nostro cervello registra la minaccia e ci mette in guardia. “Non fidarti”. “Potrebbe succedere di nuovo”. È un meccanismo di protezione, ed è comprensibile.

Ma noi possiamo fare qualcosa che la zebra non può: riportare l’attenzione sul presente, distinguere cosa appartiene al passato da quello che riguarda il qui ed ora. Se una persona ci ha delusi, non significa che tutte le persone lo faranno. Se c’era il leone al laghetto, non significa che ci sia un leone sulla riva di ogni laghetto.

Riconoscere questo meccanismo — il bias di generalizzazione — è il primo passo per non restarvi intrappolati.

Due strade per lavorare sulla fiducia

Se vogliamo fare qualcosa di concreto, ci sono essenzialmente due canali principali.

1. Lavorare sulla consapevolezza

Il primo passo è riconoscere i propri schemi. Come reagiamo quando ci avviciniamo tanto a qualcuno? Cosa succede quando ci sentiamo vulnerabili e abbiamo bisogno di fidarci? Tendiamo a sentire ansia, a chiuderci, a interpretare ogni segnale ambiguo come una minaccia?

Lavorare sulla consapevolezza significa sviluppare la capacità di osservare questi schemi senza esserne completamente dominati, la capacità di chiedersi: “Questa diffidenza riguarda davvero questa persona, in questo momento? O sto proiettando qualcosa che appartiene al passato?”

Non è un lavoro semplice, ma è possibile — e porta risultati duraturi.

2. Costruire relazioni sane

Il secondo canale è più diretto: la fiducia si impara (o si reimpara) attraverso l’esperienza. Se viviamo relazioni in cui ci sentiamo visti, compresi, non giudicati, la nostra capacità di fidarci si riattiva.

Questo vale per le amicizie, le relazioni intime, i contesti di gruppo. E vale in modo particolare per la relazione terapeutica, che è uno spazio progettato proprio per questo.

Il ruolo della relazione terapeutica

Quando si parla di psicoterapia, si tende a pensare alle tecniche, agli approcci, ai metodi. Ma la ricerca è chiara su un punto: ciò che fa davvero la differenza, al di là della tecnica usata, è la qualità della relazione tra paziente e terapeuta.

L’alleanza terapeutica è considerata il fattore più predittivo del successo di un percorso di cura.

L’alleanza si fonda su tre elementi: un legame di fiducia e rispetto reciproco, un accordo sugli obiettivi del percorso, e la condivisione dei passi necessari per raggiungerli.

Come tutte le relazioni, anche quella terapeutica può attraversare momenti di tensione. Ci possono essere sedute in cui si esce con una sensazione strana, incomprensioni, momenti in cui qualcosa non funziona. Un buon terapeuta riconosce queste rotture e apre uno spazio per parlarne — quello che si chiama metacomunicazione. E spesso, questi momenti di crisi — se gestiti bene — diventano occasioni di crescita e di rinforzare l’alleanza.

Sentirsi compresi, non giudicati, visti nella propria complessità è la base. E da lì, lentamente, la fiducia si costruisce.

fiducia sviluppare

Fiducia epistemica: quando smettere di fidarsi è diventata una strategia di sopravvivenza

Oltre che affrontare la fiducia costruendo una relazione sana con il paziente, il terapeuta può agire in modo più mirato e diretto lavorando sulla fiducia epistemica.

La fiducia epistemica è definita come la disponibilità a considerare gli altri come fonti affidabili di informazioni sulla realtà. Concretamente, è la capacità di credere che ciò che gli altri ci dicono — su di noi, sul mondo, sulle relazioni — possa essere vero e utile.

Per molte persone, spesso a causa di esperienze traumatiche o di ambienti in cui non ci si poteva fidare, questa disponibilità si è chiusa. Non è debolezza: è stata una strategia di sopravvivenza. Ma col tempo, può diventare un ostacolo.

Lavorare sulla fiducia epistemica significa, in sostanza, riaprire questa porta. E si fa attraverso tre cose:

  • Sentirsi davvero compresi. Non solo ascoltati, ma compresi nell’esperienza interna. Questo genera la speranza che l’altro possa capirci — ed è il presupposto per ricominciare a fidarsi.
  • Incontro paritario. Non un esperto che ci spiega come siamo fatti, ma qualcuno che è genuinamente curioso di conoscerci, che ci comunica “tu sai come sei fatto, e me lo spiegherai”.
  • Cambiare prospettiva. Immaginare la situazione dal punto di vista dell’altro — e sentire che anche l’altro fa lo stesso con noi. La ricerca mostra che questo aumenta significativamente i livelli di fiducia reciproca.

Queste tre cose valgono in terapia, ma anche nelle relazioni quotidiane. Ovunque ci sia un incontro autentico tra persone.

L’arte come strada verso la fiducia

L’arte è uno strumento potentissimo per entrare in contatto con sé e con l’altro, e può venire utilizzata nella psicoterapia, singola o di gruppo, per lavorare sulla fiducia.

L’utilizzo dell’espressione artistica in contesti terapeutici — musica, disegno, movimento — ha dimostrato di agire sulla fiducia in modo potente, spesso più diretto della parola.

Il motivo è semplice: l’arte abbassa le difese. Crea uno spazio non giudicante, in cui non è necessario trovare le parole giuste. Per chi fatica con la comunicazione verbale, poter entrare in contatto con gli altri attraverso il suono, il ritmo o il gesto può essere profondamente liberatorio. Alcune tecniche artistiche usate in psicoterapia prevedono di eseguire insieme dei movimenti, o anche semplicemente di ascoltare della musica insieme. Questo può dare vita a una sorta di dialogo pre-simbolico: una forma di risonanza tra le persone che avviene prima del linguaggio, e che permette di sentirsi riconosciuti e “visti” in un modo molto diretto.

C’è anche una dimensione biologica. Agire insieme — suonare, creare, muoversi in sincronia — crea le condizioni per una vera e propria sincronizzazione neurale, un modo di entrare in relazione molto profondamente, che a sua volta stimola il rilascio di ossitocina, spesso chiamata “ormone della fiducia”. Questo aumenta la propensione a fidarsi e la disponibilità a rendersi vulnerabili, che è il cuore di qualsiasi relazione autentica.

Uno degli approcci più interessanti in questo senso è la Peer Art Therapy, in cui il terapeuta crea arte fianco a fianco con il paziente — non come esperto che osserva, ma come co-partecipante. Questo elimina il confine noi/loro, e trasforma lo spazio terapeutico in un luogo di vulnerabilità condivisa. E da lì, la fiducia può ricominciare a crescere.

In conclusione

Imparare a fidarsi degli altri non è una questione di forza di volontà, né di ottimismo. È un processo — lento, non lineare, a volte faticoso — che passa attraverso l’esperienza, la consapevolezza e le relazioni.

La buona notizia è che il cambiamento è possibile. La fiducia non è scritta nel destino. Ci si può lavorare con le strategie giuste e con il supporto adeguato.

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Anna Da Dalt

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