Supervisione psicologica

Che cos’è la supervisione psicologica in Psicoterapia corporea?

Cerchiamo di darne una descrizione:

“La supervisione è un momento dove si incontrano due o più persone per descrivere ciò che avviene nel lavoro della psicoterapia.”

In questa osservazione si guardano diversi fenomeni:

  • la descrizione dei pazienti, 
  • la loro risposta alle tecniche, 
  • il processo terapeutico,
  • l’autoriflessione dello psicoterapeuta sul suo “Funzionamento” di ciò che pensa e prova rispetto a specifiche difficoltà.

La Psicoterapia corporea si distingue poco dalle altre supervisioni, ma sicuramente pone una maggiore attenzione al comportamento e alla fisiologia del corpo. Infine è bene ricordare che parte della Psicoterapia Corporea è di gruppo, e per questo esistono la supervisione del gruppo ha delle peculiarità.

6 cose da sapere sulla supervisione PSICOLOGICA

  1. La supervisione si fa non perché si deve ma perché è utile e fondamentale per migliorare la professione.
  2. Identificare il problema: la maggior parte delle persone che chiedono una supervisione, spesso lo fa perché ha un problema e in alcuni casi è utile chiarirlo. Esempi possono essere difficoltà nella diagnosi, di trattare certi temi o di usare alcune tecniche. Per questo è importate che il problema o motivazione o focus della supervisione sia chiarita in un contratto tra le parti.
  3. Il supervisore ha le competenze per le specifiche richieste? I supervisori sono in possesso di conoscenze e competenze aggiornate relative alle aree sorvegliate (ad esempio modelli di psicoterapia, ricerca valutazione diagnostica). Queste capacità sono certificate da anni di attività, quanto da specifici riconoscimenti da organizzazioni di pari del settore. Tutto ciò non ha un punto di fine, non è un titolo acquisito, ma un’attitudine alla crescita personale e professionale. Il supervisore non dev’essere un TUTTOLOGO, ma aver maturato negli anni le specifiche competenze di cui necessitiamo in un preciso momento. Questo implica che, in base al problema, avremo diversi supervisori cui rivolgerci.
  4. Tutti i supervisori hanno la capacità di mantenere una relazione in un contesto positivo e costruttivo dove si possono esprimere le proprie emozioni ed opinioni nella diversità di esperienze pregresse. Ci si aspetta un’ottima gestione delle critiche e della loro formulazione. Se in supervisione ti senti giudicato, fatti delle domande.
  5. I valori che guidano la supervisione sono: integrità, onestà, attenzione per il benessere degli altri e conoscenza deontologica della propria professione.
  6. L’eticità nella supervisione e sicuramente per il supervisore fare riferimento al codice deontologico degli psicologi (http://www.psy.it/codice-deontologico-degli-psicologi-italiani), dove si parla di supervisione nell’articolo 28 in cui si parla di evitare commistioni per evitare sfruttamento del ruolo acquisito. Per questo ancora una volta ci spendiamo a ricordare che è fondamentale in questo tipo di attività chiarire un contratto tra le parti. Questo è il modo migliore per garantire tutto il percorso.

Quali sono le principali domande che si fanno al supervisore?

Queste le domande principali che generalmente si fanno al supervisiore:

  1. “Come organizzo il materiale? Ho perso il filo…”: ogni tanto si può perdere il filo. Farlo assieme ad altre persone è un ottimo modo per guardare dove non si aveva guardato.
  2. “Come posso tutelarmi?”: alcune situazioni possono venire critiche e a quel punto possono nascere diversi problemi come la modalità di fatturazione, il tipo di contratto offerto al paziente, le norme della privacy, la stesura di relazioni per i tribunali. In alcuni casi è oppurtuno rivolgerci a chi ha sviluppato delle competenze specifiche (psicoterapeuti che lavorano per i tribunali, in stretto contatto con i servizi, …) più che al “supervisore” di routine.
  3. “Come posso motivare i pazienti inviati da terzi e poco disponibili alla psicoterapia?”. Capita a volte che qualche compagno sia inviato dalla compagna, o un adolescente dai servizi sociali. Come mostrare il senso del nostro lavoro, senza perdere il nostro valore?
  4. “Non riesco a seguire il progetto terapeutico. Perché?”. Può capitare che abbiamo deciso di fare delle tecniche o di affrontare degli argomenti e ci troviamo che stiamo semplicemente a chiacchierare senza sfruttare il nostro tempo
  5. “Non è più venuto. Cosa faccio?”. Le psicoterapie a volte si interrompono, senza grandi segnali. Ci sono situazioni in cui, nonostante la terapia ci sembra andare bene, con un sms il paziente ci dice che al prossimo appuntamento non può venire e poi non ci risponde più quando riproviamo a contattarlo.
  6. “Il paziente ha una motivazione irrealistica. Come gli spiego che il problema è un altro?”. Parlando di corpo, ci sono molte persone che non vogliono sentirlo. Quello che ci chiedono è togliere il problema, l’emozione o la sensazione fisica spiacevole. Al posto di sviluppare la capacità di sentire e ascoltarsi, ci viene chiesto di togliere e non c’è modo di “spiegare” l’insensatezza della richiesta.
  7. “Il gruppo è indisciplinato: arrivano in ritardo e non mi prendono sul serio”. Come dicevamo, la Psicoterapia Corporea è spesso caratterizzata da un setting di gruppo, che ha regole diverse da quelle della terapia individuale. Al conduttore alle prime armi possono arrivare sensazioni di minaccia e paura di perdere la leadership nella conduzione. Alcuni conduttori sognano di non riuscire più a guidare un bus o altri mezzi.
  8. “Quando è ora di finire o interrompere una psicoterapia?”. Ultima ma non meno importante, questa domanda è fondamentale per tutelare entrambe le parti: a volte il paziente ha bisogno di muoversi in nuovi territori senza di noi, a volte noi terapeuti abbiamo bisogno di affidare a qualcun altro un caso che, per svariati motivi, può diventare faticoso e mettere a repentaglio la nostra qualità di vita e lavorativa.

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Bibliografia

Borgo, S., Feligetti, A., Filippi, L., Iugoli, L., Reda, M. A., & Gulotta, C. (1998). La supervisione dei casi clinici. McGraw-Hill.
Harris, R. (2016). Acceptance and Commitment Therapy. Le chiavi per superare insidie e problemi nella pratica dell’ACT.
FrancoAngeli.
Maslach, C., & Leiter, M. P. (2000). Burnout e organizzazione. Modificare i fattori strutturali della demotivazione al lavoro(Vol. 36). Edizioni Erickson.

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